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I minareti e i muezzin. I gatti. I cani randagi. I tappeti e chi ha cercato di rifilarceli. Il tea alla mela e quello nero. Il Bosforo. La Galata tower (sì, quella zeneize). L’odore di lavanderia che esce dagli interrati degli hotel. La sabbia per strada (che i gatti usano come lettiera). Le case in legno, pericolanti (alcune delle quali abitate). Le navi che attendono ancorate in rada. Ataturk. Mangia dolce e parlerai dolcemente. I baklava. I bambini che lavorano. Il profumo delle caldarroste. Il mais arrostito. I carretti. L’insalata di melanzane. I ragazzi che fanno il conto alla rovescia per la chiamata alle armi. Gli innamorati nei parchi. La musica turca. Le bandiere. La ricchezza e la povertà. La efes pilsen. La musichetta del camioncino della AYGas. La cordialità della gente. Gli anziani che parlano inglese. Bambini e anziani che lucidano scarpe nelle vie del centro. I colori. Le nuvole che porteranno la pioggia. Allah. Turca io? No. La poesia. Mi ricorda Genova. Non ci vivrei (bugia).
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2 commenti per "Per un post che forse scriverò"
Io non ci vivrei. Però è poetica, sì. :-**
Gioco sempre a immaginare di vivere nelle città che visito… questa volta mi sono detta “impossibile” ma tornata qui mi mancava qualcosa. Per questo ho scritto “bugia”.
Non so salutare le città così come non so salutare le persone. Resta sempre in sospeso qualcosa. Un qualcosa di non detto.
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