I minareti e i muezzin. I gatti. I cani randagi. I tappeti e chi ha cercato di rifilarceli. Il tea alla mela e quello nero. Il Bosforo. La Galata tower (sì, quella zeneize). L’odore di lavanderia che esce dagli interrati degli hotel. La sabbia per strada (che i gatti usano come lettiera). Le case in legno, pericolanti (alcune delle quali abitate). Le navi che attendono ancorate in rada. Ataturk. Mangia dolce e parlerai dolcemente. I baklava. I bambini che lavorano. Il profumo delle caldarroste. Il mais arrostito. I carretti. L’insalata di melanzane. I ragazzi che fanno il conto alla rovescia per la chiamata alle armi. Gli innamorati nei parchi. La musica turca. Le bandiere. La ricchezza e la povertà. La efes pilsen. La musichetta del camioncino della AYGas. La cordialità della gente. Gli anziani che parlano inglese. Bambini e anziani che lucidano scarpe nelle vie del centro. I colori. Le nuvole che porteranno la pioggia. Allah. Turca io? No. La poesia. Mi ricorda Genova. Non ci vivrei (bugia).